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50 ANNI DI STORIA

Con la fine del secondo conflitto mondiale, gli italiani si trovarono a disporre di un crescente potere d’acquisto in un mercato disordinato nel quale dilagavano frodi e sofisticazioni. La differenza fra i prezzi di produzione e i prezzi al consumo era al massimo, il rigore merceologico quasi inesistente e il rispetto dei requisiti igienico-sanitari e nutrizionali senza riguardi.

I Poteri Politico economici erano molto poco sensibili alla presenza negli alimenti di sostanze nocive, ma fortunatamente alcune associazioni di consumatori decisero di misurarsi con lobby dagli interessi colossali e una burocrazia ignorante (in verità con poche speranze di spuntarla).

Verso la metà degli anni cinquanta (1956), il settimanale L’espresso, con un servizio in copertina fece lo scalpore che fino ad allora nessuno era riuscito a fare. L’articolo titolava “L’asino in bottiglia”, citando le indagini di queste associazioni di consumatori secondo le quali molto olio di oliva in circolazione era prodotto: "con gli scarti ossei dei macelli, importati soprattutto dal Nord Africa, asini compresi e/o dai residui della concia delle pelli di animali con l’aggiunta di sottoprodotti degli idrocarburi attraverso un processo di esterificazione".

La frode era possibile perché i metodi di analisi in quei tempi non consentivano di risalire dal prodotto finito alla materia impiegata.  

Il Parlamento finì per rendersi conto dei rischi economici impliciti nella commercializzazione del falso olio e vietò espressamente con una legge il processo di esterificazione; nel 1960 ne emanò un’altra con una precisa classificazione degli oli d’oliva sulla base delle proposte formulate dall’Unione Nazionale Consumatori.  

Per arrivare ai giorni nostri; gli anni 90 sono stati scenario di ben precise norme sia nazionali che comunitarie regolanti gli oli extra vergini, gli extra vergini DOP (denominazione di origine protetta) e le produzioni biologiche.

Un freno all’affermarsi di oli di qualità, si deve certamente al fatto che, gli industriali oleari hanno trovato più conveniente comprare l’olio al sud Italia o importare l’olio extra vergine dalla Spagna, dalla Grecia, dal Portogallo e dalla Tunisia, dove costa anche il 50 per cento in meno, mischiandolo eventualmente con una certa quantità di extra vergine italiano. Inutile sottolineare che la qualità degli oli acquistati dagli industriali non si avvicina neanche lontanamente alla qualità di un buon olio. Questo non esula dal fatto che sia al sud Italia che all’estero ci sono produzioni di qualità ma gli industriali acquistavano (e acquistano), prodotti qualitativamente mediocri altrimenti non ne ricaverebbero ne ALTISSIMI GUADAGNI ne potrebbero vendere un olio extra vergine al prezzo 8-9 mila lire alla bottiglia).

Vi ricordiamo che per la normativa vigente la vendita di olio etichettato come extra vergine di oliva proveniente da olive o olio acquistati all’ estero e perfettamente legale quando le caratteristiche dell’olio siano conformi alla normativa vigente sull’extra vergine (Reg. CEE 2568/91).

Ciò spiega perché in tutti questi anni i consumatori hanno potuto trovare gli oli extra vergini a prezzi relativamente bassi; se si fosse trattato di oli italiani sarebbero dovuti costare non meno di 12-25 mila lire al litro a seconda delle qualità più o meno alta.

Da qualche tempo, l’aumento del reddito, l’ampliamento della fascia di consumatori diventati più esigenti e le proprietà che autorevoli ricerche scientifiche ascrivono ai requisiti nutrizionali dell’olio d’oliva e al suo ruolo di prevenzione delle malattie cardiocircolatorie, hanno spalancato la porta agli extra vergini di qualità, agli extra vergini DOP, e agli extra vergini biologici.

La lunghissima battaglia per la qualità dell’olio dì oliva, dunque, ha dato i suoi risultati, ma com’è intuitivo è tutt’altro che finita e secondo noi sarebbe importante:

·  Indurre i produttori che possono vantare risultati di eccellenza del loro prodotto a dichiarare in etichetta il punteggio assegnato dagli assaggiatori e/o dalle analisi chimico-fisiche a beneficio del consumatore e come riscontro del prezzo.

·  Moltiplicare le iniziative di informazione dei consumatori, a cominciare dalle scuole, sulla base delle conoscenze merceologiche, nutrizionali, e tecniche per radicare nelle abitudini alimentari il consumo di un prodotto tipicamente nazionale al quale la scienza dell’alimentazione attribuisce proprietà di prevenzione delle più diffuse tra le malattie cosiddette del benessere.

·  Abituare il consumatore a chiedere al produttore o al commerciante, i risultati delle analisi chimico-fisiche dell’olio che si acquista, naturalmente, dopo aver fatto una corretta informazione in merito.

·  Cercare di produrre in modo naturale, cioè cominciare a pensare ad uno sviluppo ecosostenibile. Il nostro ecosistema sta cambiando, sfido qualsiasi agricoltore a non essersi accorto dello scempio di vite animali indotte dai pesticidi e dall’inquinamento in genere. Dobbiamo cominciare a renderci conto che stiamo assistendo solo ai primi effetti di mezzo secolo di ipersfruttamento e inquinamento del territorio e crediamo sia giunta l’ora di porvi rimedio (cifrare la sezione sull’Agricoltura Biologica).

 

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